mercoledì 10 marzo 2010

Anima e Animale



"Siamo pervase dalla nostalgia per l'antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti. Ma l'ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dentro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre, l'ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe."
Clarissa Pinkola Estes - Donne che corrono coi lupi


Quella notte avevo fatto un sogno strano. Avevo sognato il mio preside (!) che faceva un commento circa la pochezza dei miei genitali. O meglio, sosteneva che il mio attributo si fosse "rimpicciolito". (Si pregano a questo punto i signori lettori di astenersi da qualunque commento. Tanto le so che alle parole "mio Preside", "genitali" e "rimpicciolito" il mio analista si sta già sbellicando dalle risate, vero Sergente?).
Dunque, dicevo, ero tutto concentrato a riflettere su quel sogno strano, e camminavo lentamente nell'half pipe, quel sentiero che è fiancheggiato da rive scoscese (come una trincea, Sergente....!!). Giuditta era libera, senza guinzaglio ma con la "piuma di Dumbo", che le ricorda di tornare, e girava tranquilla annusando ogni cespuglio.
Ad un certo punto avverto la sua presenza di fianco a me, e mi accorgo che mi è sì di fianco, ma sopra la riva, più in alto riapetto a me.
E noto anche che il suo passo è esattamente sincronizzato sul mio. Per alcune decine di metri proseguiamo perfettamente affiancati, silenziosi, io sotto e lei sopra la riva, e in quel momento ho un'intuizione, una sensazione.
Ho la netta percezione che Judi sia una parte di me.
Judi rappresenta e simboleggia la parte antica e selvaggia della mia anima. Quella che da ragazzo mi faceva passare interi pomeriggi a cercare nei boschi il legno buono per fare la fionda, oppure che mi spingeva a sfidare il gelo del tardo autunno, nei campi di Masanti, a tirare un giavellotto fatto con il legno di nocciolo. Ricordo perfettamente quelle sensazioni, quel freddo sulle guance e sulle mani screpolate, l'erba bagnata e l'odore della terra fresco e penetrante. E il bisogno di stare all'aria aperta fino a quando era buio inoltrato. E il piacere del gioco e del correre e del saltare, senza nessun altro scopo se non quello di giocare con se stessi e con il mondo. E il tempo che non esisteva. Non esisteva! Il tempo era il ciclo del sole, si dormiva quando faceva buio e ci si svegliava con la luce. Si mangiava di gusto qualunque cosa e a qualunque ora. E la pioggia non ti fermava affatto, cambiava soltanto lo sfondo dei tuoi giochi. Con la pioggia si scoprivano i rigagnoli e le dighe e i canali fatti con i sassi. E le lumache, i rospi e le trote grasse e succulente che dopo il temporale diventavano voracissime. Ci si trovava nel fienile, mentre fuori diluviava, a parlare e a scambiarci informazioni proibite agli adulti, guardando le rondini allineate sul filo, a centinaia. Si guardava alla pioggia come ad una piacevole interruzione.
Si attingeva a piene mani a quell'inesauribile fonte di energia e di creatività che è l'anima selvaggia di ognuno di noi.
E adesso che sono con Judi, in contatto continuo con questo lato dell'anima, mi “RI-trovo” a sdraiarmi sulla paglia del campo delle stoppie, e a scoprire che anche in pieno inverno è calda! Mi trovo a chiacchierare con Alessandra e con gli altri padroni di cani, e con tutti, fateci caso, con tutti il clima è sempre rilassato, si sorride molto. Si scopre che camminare al freddo non solo fa bene al corpo ma ci tiene in contatto con qualcosa di antico e piacevole, aumenta l'energia e il buon umore, si è più attivi. Non solo. Ci si sporca di più, come da ragazzi, gli odori diventano più forti. Gli orpelli della vita sociale, i vestiti, il decoro, la macchina, le buone maniere, li lasciamo per quando siamo al lavoro, ma quando andiamo nei campi ci liberiamo un po' di questi pesi. Per me prepararsi a portare fuori Giuditta è come un liberarsi di un peso: sguscio fuori velocemente dai vestiti da lavoro e sono felicissimo di infilarmi, altrettanto velocemente, nei vecchi e sporchi pantaloni, nella giacca a vento conciata, negli stivaloni. Noi padroni di cani felici e felici padroni di cani, andiamo in giro per i campi conciati come dei rom, con tutto il rispetto parlando. Spaventapasseri ambulanti, vestiti di improbabili cappellacci e di guanti da poche lire. E tutto questo lo trovo incredibilmente liberatorio ed energetico.
La presenza di Judi ha creato un ponte tra me e la mia anima selvaggia attraverso il quale vengono portate a galla energie che credevo scomparse.
Forse, dico “forse”, gli animali in genere e quelli domestici in particolare, hanno proprio questo scopo: tenerci in contatto con il mondo sommerso e selvatico della nostra anima, anche senza esserne del tutto consapevoli, non importa.
E’ per questo che il legame con Giuditta diventa sempre più forte. So che attraverso lei sto tornando a casa, in quel luogo antico e indescrivibile dove abita il mio essere animale, il mio animus, il mio spirito.
Dove dimora il mio anemos, il mio vento.
Il mio soffio vitale, la mia aura.
Il principio della vita, di cui talvolta percepisco la presenza ma che, come tutte le cose essenziali, risulta invisibile agli occhi.


P.S. So che il Sergente a questo punto, pensando al mio sogno, ha un sorriso sornione sul viso e gli occhi che gli brillano, o mi sbaglio?

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